Ancora niente salamandre…
Chi mi segue saprà bene che da un paio d’anni alcune delle mie uscite sono dedicate alla salamandra pezzata, anfibio particolarmente vistoso per la sua colorazione nera a macchie gialle. Questo simpatico animaletto era frequente nei nostri boschi, ma da diversi anni non se ne vedono più molte. Ricordo che quand’ero piccolo bastava una giornata di pioggia per vederle lungo i sentieri nei boschi o lungo i Waalweg sparsi nel Burgraviato; ma oggi a quanto pare non è più così.
Lo scorso venerdì l’amico Mirko Masieri ha avuto fortuna ed ha avuto modo di scattare diverse foto, pubblicate sul suo profilo Facebook. Io quel giorno lavoravo, ma avevo avuto la stessa idea per il fine settimana; anche se poi a me non è andata altrettanto bene nonostante il meteo estremamente favorevole. Domenica c’era una continua alternanza di pioggia e schiarite, ma di salamandre nemmeno l’ombra.
Morale della favola… sono finito nuovamente a fotografare funghi e insetti.



Ma va bene lo stesso. In quel paio di ore trascorse da solo ho comunque avuto anche modo di riflettere sull’approccio che mi sembra di avere ultimamente nelle mie uscite fotografiche, più simile a quello di un cacciatore che a quello di un naturalista. Devo ricominciare ad osservare tutto ciò che mi circonda anziché fossilizzarmi su di un unico obiettivo… forse così torneranno ad essere i soggetti che cercano me e non viceversa!
Quando la postproduzione è eccessiva?
Ogni tanto mi sento in obbligo di tornare sull’argomento!
Su moltissimi forum di fotografia, spesso si vedono immagini di grande impatto, con sfondi uniformi ed il soggetto che vi si staglia con nitidezza impressionante. Molto sta nell’abilità del fotografo, non c’è dubbio, ma spesso mi chiedo quanto effettivamente sia stato realizzato in ripresa e quanto invece sapientemente elaborato con Photoshop.
Ho fatto una piccola e veloce prova con una delle mie immagini scattate negli anni passati e questo è il risultato che ho ottenuto.
Fotografia originale

Fotografia elaborata

Non c’è dubbio che la seconda ha un impatto decisamente diverso. Ci sono voluti poco più di 15-20 minuti al computer per ottenere un’immagine “pulita”.
Le operazioni da fare sono tutto sommato piuttosto semplici: prima un crop per ravvicinare il soggetto, poi ho duplicato il livello ed ho sfocato completamente l’immagine; a questo punto ho cancellato la parte sfuocata per far uscire dal livello di sfondo la cinciallegra e il ramo su cui è posata. Ho dato una sistemata ai colori (differenziando il bilanciamento del bianco per livelli) e poi ho unito il tutto.
Il risultato non è perfetto (sotto al ramo si nota un po’ di alone), ma per il tempo che ci ho messo non è nemmeno male.
Ora però mi chiedo: quante delle splendide foto che si vedono nei forum sono fatte in questo modo? E’ corretto inserire nei dati di scatto i tempi, il diaframma, l’obiettivo usato omettendo però l’utilizzo che si è fatto di Photoshop o simili? Nel caso possiamo ancora parlare di fotografia naturalistica? Possiamo ancora parlare di fotografia? 
Eppure soffia…
E l’acqua si riempie di schiuma, il cielo di fumi,
la chimica lebbra distrugge la vita nei fiumi.
Uccelli che volano a stento malati di morte,
il freddo interesse alla vita ha sbarrato le porte.
Un’isola intera ha trovato nel mare una tomba;
il falso progresso ha voluto provare una bomba,
poi pioggia che toglie la sete alla terra che è viva
invece le porta la morte perché è radioattiva.
(Pierangelo Bertoli, da “Eppure soffia”)
Punti di vista
«Sono cresciuto facendo il cacciatore. Tutti i ragazzi e gli uomini del mio popolo erano cacciatori. Noi non rubiamo. Noi andiamo e chiediamo. Sistemiamo una trappola o camminiamo con un arco o una lancia. Possono occorrere anche molti giorni. Finalmente vedi le tracce di un’antilope. Lei sa che tu sei lì, lei sa che ti deve dare la sua forza. Ma si mette a correre e tu la devi inseguire. Correndo, diventi come lei. La corsa può durare ore e, alla fine, ci fermiamo stremati entrambi. Allora le parli e la guardi negli occhi. E’ così che lei capisce che ti deve dare la sua energia, perché i tuoi bambini possano sopravvivere. L’allevatore dice di essere più progredito dei cacciatori primitivi, ma io non gli credo. Le sue greggi non danno più cibo delle nostre. L’antilope non è nostra schiava, non è costretta a portare campanelli al collo e può correre più veloce delle mucche, che sono pigre. Noi e la gazzella corriamo nella vita insieme. [...]»
Roy Sesana, boscimane Gana
Il testo che avete letto qui sopra è tratto dal discorso di Roy Sesana, leader del popolo boscimano, premiato a Stoccolma con il “Right Livelihood Award“ alla fine del 2005. Ho letto la storia dei boscimani sull’ultimo numero della rivista Oasis (n. 171/2007 di agosto-settembre) e mi ha affascinato molto.
Il discorso di Sesana mi ha fatto riflettere sul rapporto che le società c.d. “avanzate” hanno con l’ambiente e gli animali. E mi hanno fatto pensare a quanto più genuino è avanzato sia in tal senso il pensiero di popolazioni come quella dei boscimani!
Per approfondire la questione boscimana, vi rimando alle pagine dell’associazione Survival, che viene citata proprio nell’articolo in questione:
http://italia.survival-international.org/tribes.php?tribe_id=131
C’erano una volta…
…gli “Eismänner“, ossia tradotto letteralmente gli uomini di ghiaccio.
Nella tradizione popolare locale, ma che in realtà riguarda un po’ tutto l’arco alpino, è risaputo che nella seconda settimana di maggio cadono gli Eismänner. Un periodo particolare dell’anno in cui, improvvisamente, ritorna l’inverno, la neve torna a cadere fino a quote basse e le temperatura anche a fondovalle cadono bruscamente.
Mi ricordo che in passato, nei giorni degli Eismänner, spesso i frutteti erano completamente gelati creando uno scenario surreale, tanto che pensavo che gli uomini di ghiaccio fossero proprio gli alberi ricoperti dal ghiaccio. I contadini, per non far bruciare dal freddo i fiori e compromettere quindi il raccolto, aprivano l’acqua sulle coltivazioni in modo che il ghiaccio proteggesse le gemme dal freddo intenso dell’aria che scendeva di diversi gradi sotto lo zero.
Mancano ancora due settimane agli Eismänner, ma uscendo per andare a lavoro questa mattina, quando ho visto il termometro che segnava 21°, ma anche nell’accendere il condizionatore in macchina o nel sentire i rondoni che sfrecciano vicino alla mia finestra, mi son chiesto se quando avrò dei figli potrò ancora spiegare loro cosa sono gli Eismänner e, soprattutto, se potranno mai assistere a questo fenomeno.
Ancora sull’etica della fotografia digitale…
In mancanza di tempo per qualche nuovo scatto (volevo farmi un giro domani, ma pare che la giornata sarà piovosa), riflettevo nuovamente sul significato della fotografia perché sempre più spesso si sfruttano i vantaggi del digitale per alterare in maniera abbastanza pesante quello che era lo scatto visto dal mirino della propria fotocamera. Giusto o sbagliato?
Vediamo innanzitutto di capire di cosa si parla. Le modifiche che si possono fare ad un’immagine sono moltissime; basta un programma di fotoritocco (es. Photoshop) e un po’ di tempo a disposizione. Gli interventi in assoluto più frequenti sono:
- crop, ossia tagli più o meno pesanti di porzioni di immagine
- maschera di contrasto per aumentare la nitidezza
- contrasto e saturazione per rendere i colori più vivi
- regolazione dell’esposizione e bilanciamento luci/ombre
- clonazione di porzioni di immagine per eliminare eventuali disturbi
In linea di massima sono operazioni che tutti fanno. Ma quand’è opportuno fermarsi? Quale è il limite da non superare?
Certo molto dipende da che tipo di immagini si realizzano e dal perché si realizzano. Una persona che fotografa per lavoro deve cercare di recuperare anche gli eventuali scatti sbagliati, ma penso che se lo si fa per pura passione lo scopo debba essere quello di migliorare il modo di fotografare e non quello di postprodurre (o postprocessare) le immagini.
Ben vengano i crop se servono a eliminare un elemento di disturbo che non rientrava nell’inquadratura (in genere il mirino delle reflex non copre mai il 100% della scena inquadrata e qualche sorpresa ci può sempre essere), così come dare una leggera aggiustatina ai livelli per migliorare contrasto e saturazione (specie se si lavora in RAW) è spesso indispensabile. Ma tutto con la dovuta misura!
Ultimamente leggendo riviste, pagine web e seguendo forum vedo come troppo spesso, a mio parere, si ricorre a crop per ricomporre completamente l’inquadratura, all’eccessiva saturazione dei colori per “spettacolarizzare” i propri scatti. Così come in alcune proiezioni si ricorre ad effetti di movimento per valorizzare scatti altrimenti poco significativi.
Personalmente mi sento apposto con la mia coscienza, ma il problema nasce quando ci si deve confrontare con gli altri. Come giudicare le immagini altrui? Solo da quello che vedo o anche da ciò che ci sta dietro??
Contrasto sulle immagini: sì o no?
Frequentando il Fotoclub Immagine di Merano ed il forum del Canon Club Italia, ho notato che ora con il digitale molti fotografi aumentano in postproduzione i contrasti e la saturazione dei colori per rendere questi ultimi più intensi.
Nel mettere alcune mie fotografie sul forum del Club Canon, per confrontarmi con altri fotoamatori, uno dei poster più attivi mi ha suggerito su più di un’immagine di aumentare il contrasto. Le sue fotografie, in effetti, hanno dei colori brillanti ed i colori sono particolarmente intensi. Però è anche vero che le immagini tendono ad essere un po’ finte o, per così dire, forzate.
Personalmente, per il tipo di fotografia che faccio, penso che rappresentare i soggetti nella maniera più naturale sia la cosa migliore; se un fiore è rosa pastello non deve diventare lilla per essere più bello! Vi faccio un esempio, con una delle foto di cui si parlava sul forum, di che risultato si può ottenere aumentando il contrasto di un’immagine.


La differenza non è particolarmente evidente: giocando con i livelli colori e contrasti potrebbero essere accentuati ulteriormente, ma ho preferito non esagerare. Dal punto di vista estetico la fotografia a destra è più d’effetto; nella realtà però il fiore è di un colore più pastello, così come si vede nella foto di sinistra. Io preferisco l’originale o almeno un compomesso che non alteri i colori. E voi? Quale foto preferite? Attendo i vostri commenti!
Ritorno al nucleare?
Il tema del nucleare in questo periodo è particolarmente attuale. A parte le tensioni internazionali per la vicenda iraniana, del nucleare si parla insistentemente anche qui in Italia, specie dopo la campagna elettorale per le elezioni, durante la quale si è parlato molto del problema energetico.
Ieri sera, su Canale 5, la trasmissione “Terra” era completamente dedicata all’argomento. Da un lato c’era chi sosteneva che il nucleare è un’energia pulita nonché l’unico futuro possibile per risolvere il problema energetico; dall’altra chi fa notare come le scorie del plutonio, utilizzato per la reazione nucleare, rimangono radioattive e pericolose per migliaia di anni (le nostre scorie in passato sono state smaltite nelle steppe della Russia).
Nel corso della trasmissione si è fatto riferimento anche ad un sondaggio fatto in Italia che, a distanza di quasi 20 anni dal referendum in cui l’80% dei votanti ha scelto di far chiudere le centrali italiane, vedrebbe oggi quasi il 44% della popolazione favorevole al ritorno del nucleare.
Ancora una volta ho la sensazione di vivere in un’epoca in cui si cerca la soluzione più rapida ai problemi ed in cui, in generale, c’è poca fiducia verso le proposte alternative. Mi chiedo se servirebbe una seconda Chernobyl per far capire alla gente la pericolosità della cosa… e Tutto sommato nel 1999 ci siamo andati vicini con la centrale giapponese di Tokaimura; e se è successo ad uno dei paesi tecnologicamente più avanzati del mondo, il rischio non è poi così remoto…



) e che ho preso un po’ di distacco dal lavoro potrebbe essere la volta buona… staremo a vedere!